Autore: Cicerone
Opera: Rhetorica
Libro: De Officiis - Liber Secundus
Titolo: 5

Originale

Maximis igitur in malis hoc tamen boni assecuti videmur, ut ea litteris mandaremus, quae nec erant satis nota nostris et erant cognitione dignissima. Quid enim est, per deos, optabilius sapientia, quid praestantius, quid homini melius, quid homine dignius? Hanc igitur qui expetunt, philosophi nominantur, nec quicquam aliud est philosophia, si interpretari velis, praeter studium sapientiae. Sapientia autem est, ut a veteribus philosophis definitum est, rerum divinarum et humanarum causarumque, quibus eae res continentur, scientia, cuius studium qui vituperat haud sane intellego quidnam sit quod laudandum putet

Traduzione

II. ELOGIO DELLA FILOSOFIA 5. Dunque in queste sciagure cos? gravi, questo bene almeno mi sembra di aver conseguito, di affidare agli scritti quelle teorie filosofiche che non erano abbastanza note ai nostri concittadin? ed erano assai degne di conoscenza. Che cosa c'? infatti - per gli dei - di pi? deciderabile della saggezza, che cosa di pi? nobile e di pi? adatto all'uomo, che cosa di pi? degno di lui? Dunque coloro che la ricercano sono chiamati filosofi, e la filosof?a altro non ?, se tu vuoi attenerti al significato etimologico, che amore della sapienza; ma la sapienza ? - secondo la definizione degli antichi filosofi - la scienza del divino e dell'umano e dei nessi causali che li regolano; e se qualcuno biasima lo studio di tale scienza, invero non riesco a comprendere quale sia cosa quella che egli possa stimare degna di lode.