Autore: Seneca
Opera: De Ira
Libro: Liber Iii
Titolo: 13

Originale

Pugna tecum ipse: si vincere iram, non potest te illa. Incipis vincere, si absconditur, si illi exitus non datur. Signa eius obruamus et illam quantum fieri potest occultam secretamque teneamus.
2. Cum magna id nostra molestia fiet (cupit enim exilire et incendere oculos et mutare faciem), sed si eminere illi extra nos licuit, supra nos est. In imo pectoris secessu recondatur, feraturque, non ferat. Immo in contrarium omnia eius indicia flectamus: vultus remittatur, vox lenior sit, gradus lentior; paulatim cum exterioribus interiora formantur.
3. In Socrate irae signum erat vocem summittere, loqui parcius; apparebat tunc illum sibi obstare. Deprendebatur itaque a familiaribus et coarguebatur, nec erat illi exprobratio latitantis irae ingrata. Quidni gauderet quod iram suam multi intellegerent, nemo sentiret? Sensissent autem, nisi ius amicis obiurgandi se dedisset, sicut ipse sibi in amicos sumpserat.
4. Quanto magis hoc nobis faciendum est! Rogemus amicissimum quemque ut tunc maxime libertate adversus nos utatur cum minime illam pati poterimus, nec adsentiatur irae nostrae; contra [nos] potens malum et apud nos gratiosum, dum consipimus, dum nostri sumus, advocemus.
5. Qui vinum male ferunt et ebrietatis suae temeritatem ac petulantiam metuunt, mandant suis ut e convivio auferantur; intemperantiam in morbo suam experti parere ipsis in adversa valetudine vetant.
6. Optimum est notis vitiis inpedimenta prospicere et ante omnia ita componere animum ut etiam gravissimis rebus subitisque concussus iram aut non sentiat aut magnitudine inopinatae iniuriae exortam in altum retrahat nec dolorem suum profiteatur.
7. Id fieri posse apparebit, si pauca ex turba ingenti exempla protulero, ex quibus utrumque discere licet, quantum mali habeat ira ubi hominum praepotentium potestate tota utitur, quantum sibi imperare possit ubi metu maiore compressa est.

Traduzione

13. Conclusione del primo punto: bisogna usare una continua vigilanza [1] Combatti tu, contro te stesso; se vuoi vincere l'ira, essa non può vincere te. Cominci a vincere, quando rimane nascosta, quando non le dai sfogo. Seppelliamone i segni e, per quanto è possibile, teniamola occulta, segreta. [2] Ciò comporterà per noi grave molestia, perché essa desidera balzar fuori, accenderci gli occhi e mutarci il volto, ma se le permettiamo di uscire da noi, diventa più forte di noi. Nascondiamola nel più profondo recesso del petto e portiamola con noi, non lasciamoci portare. Anzi, volgiamo al contrario tutti i suoi indizi: il volto sia disteso, la voce si faccia più blanda, il passo più lento; l'interno, a poco a poco, si plasma sull'esterno. [3] In Socrate, era segno d'ira l'abbassare la voce e parlare meno. Si vedeva che, allora, egli contrastava se stesso. Se ne accorgevano dunque gli amici e glielo dicevano apertamente, ma a lui non dispiaceva sentirsi rimproverare un'ira latente. Perché non doveva esser soddisfatto che molti intuissero la sua ira, senza che nessuno la dovesse sperimentare? L'avrebbero sperimentata, se egli non avesse concesso agli amici il diritto di rimproverarlo, come se lo era preso per sé nei riguardi degli amici. [4] Quanto più abbiamo bisogno di farlo noi! Preghiamo tutti i nostri più intimi di usare con noi la massima franchezza, nel momento in cui siamo meno in grado di sopportarla, e di non approvare la nostra ira. Cerchiamo aiuto contro un male potente e a noi gradito, mentre siamo ancora in senno, mentre siamo padroni di noi stessi. [5] Coloro che sopportano male il vino e temono la loro avventatezza e sfacciataggine di ubriachi, ordinano agli amici di portarli via dal convito. Chi sa per esperienza d'essere intemperante in caso di malattia, non vuole che gli si ubbidisca durante gli accessi del male. [6] È cosa ottima predisporre ostacoli ai vizi che sappiamo di avere e, prima di tutto, mettere l'animo in condizioni tali che, anche se rimane sconvolto da fatti gravissimi ed inattesi, o non senta l'ira o, dopo che essa è sorta per la gravità di un'offesa imprevista, la ricacci in profondità, senza manifestare il proprio dolore. [7] Sarà chiaro che ciò è possibile, se presenterò alcuni esempi, scelti tra i moltissimi, dai quali si possono imparare due cose: quanto male produce l'ira, se dispone di tutto il potere di uomini strapotenti, e quanto essa riesca ad imporre a se stessa, se viene repressa da un timore più forte.