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Testo argomentativo Prima Guerra Mondiale Maturità 2019: traccia svolta Simulazioni Prima Prova
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Testo argomentativo Prima Guerra Mondiale Maturità 2019: traccia svolta Simulazioni Prima Prova

Di Alice Giusti
pubblicato il 26 marzo

Simulazioni Prima Prova 2019: tra le tracce di esempio proposte dal Miur in vista della Maturità c’è il testo argomentativo sulla fine della Prima Guerra Mondiale. Trovate qui lo svolgimento con risposte alle domande e tema svolto!

Testo argomentativo Prima Guerra Mondiale Maturità 2019: traccia svolta Simulazioni Prima Prova

Maturità 2019: testo argomentativo sulla Prima Guerra Mondiale svolto – tipologia B

Le simulazioni di Prima Prova di Maturità 2019 sono arrivate alla seconda data del 26 marzo e il Miur ha deciso di far allenare i maturandi proponendo tra le tracce di testo argomentativo un tema sulla fine della Prima Guerra Mondiale e l’importanza di riflettere su quanto accaduto a Trieste dopo la vittoria contro l’Impero austroungarico, visto che le conseguenze si riflettono anche oggi, a 100 anni dalla fine della Grande Guerra. La traccia di esempio di Tipologia B è tratta da un articolo di Paolo Rumiz dal titolo “L’eredità del 4 novembre. Cosa resta all’Italia un secolo dopo la vittoria”, pubblicato su Repubblica nel 2008. Se avete deciso di svolgere questa traccia, trovate di seguito il nostro testo argomentativo svolto con tanto di domane di comprensione e tema.

Se volete leggere tutti gli altri temi o non perdervi nessun aggiornamento sulle simulazioni di Prima Prova 2019 del 26 marzo, leggete qui:

Simulazioni Prima Prova Maturità 2019: traccia testo argomentativo sulla fine della Guerra Mondiale e svolgimento

La traccia del testo argomentativo a carattere storico proposta dal Miur, la trovate qui:

Di seguito, invece, trovate lo svolgimento sia delle domande di comprensione del testo che il tema argomentativo vero e proprio.

Domanda 1 Comprensione e analisi – Quale significato della Prima Guerra Mondiale l’autore vede nel mutamento del nome della principale piazza di Trieste dopo il 4 novembre 1918? Con quali altri accenni storici lo conferma?

Alla fine della Prima Guerra Mondiale, il nome della piazza di Trieste è passato da Piazza dell’Unità a Piazza dell’Unità d’Italia, sancendo la vittoria italiana sull’Impero austroungarico. C’è di più secondo l’autore: il nome Piazza dell’Unità simboleggiava, durante l’Impero austroungarico, l’unione di gente di diversa lingua e origine visto che Trieste e il Friuli Venezia Giulia sono sempre stati un crocevia di popoli di cultura diversa (austriaci, sloveni, tedeschi, cechi, croati, ebrei…), mentre il passaggio a Piazza dell’Unità d’Italia, che voleva affermare la fine vittoriosa del Risorgimento italiano, iniziato nell’800 e conclusosi solo con la conquista del Friuli, simboleggiava la presenza di un popolo unico, quello italiano, in una Terra invece da sempre multiculturale. Parafrasando un famosa citazione, L’Italia era fatta e si è preteso nello stesso momento di aver fatto anche gli italiani. L’imposizione dell'”italianità” ai popoli del Friuli Venezia Giulia viene ribadita dall’autore quando cita i trattati di pace che sanciscono le pretese italiane sulla regione, la proibizione delle lingue non italiane durante il fascismo,la traduzione di toponimi e cognomi in italiano, la cancellazione della memoria dei trenini e giuliani che avevano combattuto per l’Impero austroungarico.

Domanda 2 In che cosa consisteva la «”diversità” triestina» alla fine della guerra e come venne affrontata nel dopoguerra?

Consiste nell’essere una terra non italiana al 100%, in cui hanno convissuto per secoli Sloveni, Austriaci, Cechi, Croati, Greci, Ebrei, Armeni e Serbi. Nel secondo dopoguerra tale diversità è stata riconosciuta solo parzialmente, e lo Stato ha anzi cercato di annullare tali “diversità” in nome di un’italianità non del tutto giustificata.

Domanda 3. Quali sono le cause e le conseguenze delle «memorie divise» nella storia di Trieste dopo la Prima Guerra mondiale?

La presenza di una tale varietà di popoli in terra triestina ha portato a vivere situazioni contrastanti in un lembo di Terra piccolissimo. Da un lato, lo Stato Italiano cercava di imporre la propria supremazia italianizzando i toponimi e facendo guerra alla Jugoslavia. Dall’altro, Tito si macchiava proprio in queste terre di atroci crimini ai danni della comunità italiana con il massacro delle Foibe. Non esiste quindi una memoria storica unitaria su quanto accaduto, ma prospettive differenti e contrastanti, che ha portato chi vive in queste regioni a sentire con ancora maggior fatica la propria identità.

4.Perché secondo l’autore è importante interrogarsi sulla Prima Guerra Modiale oggi, un secolo dopo la sua conclusione?

Per recuperare quanto è stato e fare tesoro del nostro passato, affinché in futuro si verifichino situazioni simili. C’è il rischio che, soprattutto nell’era dei social in cui tutto si riduce ad un tweet, prevalga l’indifferenza.

5.Quale significato assume l’ammonimento «Le fanfare non bastano più», nella conclusione dell’articolo?

L’ammonimento è proprio quello di non celebrare degli “eroi” che non solo tali. Non basta parlare di vittorie riportate sul campo di guerra continuando ad occultare anche quei crimini di cui lo stesso Stato italiano si è macchiato. Bisogna recuperare l’idea di conflitto nella sua totalità, nelle sue numerose e minacciose sfaccettature, accendendo i riflettori su quello che la frammentazione ha generato e che potrebbe nuovamente generare di qui a breve.

Quale valore ritieni debba essere riconosciuto al primo conflitto mondiale nella storia italiana ed europea? Quali pensi possano essere le conseguenze di una rimozione delle ferite non ancora completamente rimarginate, come quelle evidenziate dall’articolonella regione di confine della Venezia Giulia? Condividi il timore di Paolo Rumiz circa il rischio, oggi, di uno «sprofondamento nell’amnesia»?

Un evento storico che ha sconvolto gli equilibri e gli assetti internazionali come la Prima Guerra Mondiale non può che avere un ruolo centrale nella nostra memoria collettiva. Si tratta comunque di un episodio che andrebbe rivalutato e riconsiderato nella sua totalità, senza le censure e le omissioni che chi ha vinto ci ha consegnato nei libri storia. Come spiega Paolo Rumiz molte vicende sono state infatti occultate in nome di un’italianità che il popolo di Trieste, città crocevia tra Ovest ed Est d’Europa, ha accettato faticosamente.

Il Friuli Venezia Giulia durante il conflitto era diviso tra Regno d’Italia (Provincia di Udine) e Impero di Austria-Ungheria (Contea di Gorizia e Gradisca). L’obiettivo era quello di annettere la Venezia-Giulia all’Italia: in questi anni di guerre serrate, Gorizia venne completamente rasa al suolo. Dei valorosi soldati che combatterono con la divisa austriaca, tra cui anche il fratello di Alcide De Gasperi, la storia non ha lasciato alcuna traccia. Impossessatosi della città, lo Stato Italiano ha provato ad imporsi cancellando le tracce delle altre comunità che qui vivevano da secoli: ha proibito il tedesco e lo sloveno e modificato i cognomi di centinaia di famiglie. Scelte che hanno portato migliaia di persone a sentirsi “straniere in patria”, accentuando un sentimento di malcontento e astio nei confronti di un vincitore che non ha mostrato alcun rispetto per una terra da sempre multculturale.

In un’epoca in cui le informazioni vengono date e si esauriscono alla velocità di un tweet, l’amnesia è sempre dietro l’angolo. E’ fondamentale riportare a galla le ferite impresse dal non rispetto delle differenze etniche e sociali, così da evitare che possano verificarsi siutazioni simili in futuro. E parlando di un’era in cui l’Italia è diventata, suo malgrado, un Paese multiculturale, non si può non guardare al proprio passato per evitare errori simili. Alzare barriere in nome di uno Stato nazione, proibendo la libera espressione di un culto che non sia quallo italiano, potrebbe fare in questo preciso momento storico ancor più danni di quelli fatti in passato.

 

 

(Foto Credits: Pixabay)

Alice Giusti
Aspirante Jane Austen sin dalla tenera età, vivo con la valigia sempre pronta. Oggi Londra, domani Parigi, viaggio fisicamente o con la mente, basta un po’ di buona musica, un classico o una serie tv storica per farmi sognare. Appassionata di tutto ciò che è British, per vivere scrivo e mi piace talmente tanto che alla fine, mi sa, scrivo per vivere.
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