Condividi
Disturbi alimentari: ricerca per la scuola su anoressia, bulimia e obesità
Condividi su

Disturbi alimentari: ricerca per la scuola su anoressia, bulimia e obesità

Di Alessio Cappuccio
pubblicato il 15 marzo

Anoressia, bulimia, obesità: termini che si usano spesso nelle conversazioni, ma siete proprio sicuri di sapere cosa sono questi disturbi alimentari?

Disturbi alimentari: ricerca per la scuola su anoressia, bulimia e obesità

Cosa sono i Disturbi alimentari: cosa sapere, cause e conseguenze

È difficile ignorare al giorno d’oggi cosa si intende con il termine disturbi alimentari (anche se bisognerebbe parlare più correttamente di DCA – disturbi del comportamento alimentare): per fortuna si parla sempre più spesso di queste patologie che comportano un grave e importante cambiamento delle abitudini alimentari di chi ne soffre, oltre a un’attenzione smisurata e dannosa per il proprio peso e la forma assunta dal corpo. Il 15 marzo cade la Giornata del Fiocchetto Lilla, durante la quale si svolgeranno in tutta Italia numerose iniziative dedicate alla sensibilizzazione, l’informazione e la riflessione sui tutti i disturbi dell’alimentazione e della nutrizione, perché è impossibile uscire da disagi simili quando non si conosce quello che si sta affrontando. Se a scuola i professori vi hanno assegnato una ricerca sui disturbi alimentari oppure volete capirne di più su cosa sono queste patologie, quali sono le conseguenze e come affrontarle, in questo articolo cerchiamo di darvi informazioni e spunti per approfondire e riflettere.

Disturbi alimentari ricerca per la scuola su anoressia, bulimia e obesità

Foto: PxHere

Disturbi alimentari: definizione, cause e come uscirne

In Italia sono circa 3 milioni le persone affette da disturbi del comportamento alimentare: quelli più noti e di cui si parla di più sono l‘anoressia, la bulimia e il disturbo da alimentazione incontrollata. A questi dati vanno aggiunti anche quelli riguardanti l’obesità: in Italia, infatti, ci sono circa 6 milioni di obesi.

Si tratta di patologie che colpiscono sopratutto le donne – stime ufficiali del Ministero della Salute parlano del 95,9% dei casi – e che si manifestano specialmente in età adolescenziale, per poi proseguire in alcuni casi in età adulta (sopratutto per quel che concerne l’alimentazione incontrollata). Tuttavia le ultime ricerche hanno osservato un abbassamento dell’età di insorgenza, con casi anoressia tra bambini di 10 anni.

È molto difficile però stabilire le cause di ogni singolo caso, e gli esperti tengono in considerazione un mix di fattori senza fare predizioni troppo rischiose. Esiste infatti una certa predisposizione alla base dell’insorgenza di anoressia o bulimia, e si tratta di elementi che possono essere psicologici (scarsa autostima, perfezionismo, insoddisfazione, abuso di sostanze), genetici o ambientali (familiari che ne hanno sofferto in passato, rapporti difficili con i genitori…).

Ci sono poi delle situazioni che innescano l’emergere del disturbo, in genere legati all’ansia: un lutto, uno shock emotivo o sentimentale, aggressioni, separazioni, delusioni. Inoltre esistono altri elementi, riscontrabili durante i disturbi stessi, che agiscono in modo da impedire un ritorno alla normalità, di fatto prolungando all’infinito la malattia e alimentandola.

Anche l’alto tasso di insorgenza nelle donne si può spiegare con una commistione di cause. La genetica gioca un ruolo fondamentale, in quanto gli ormoni sessuali deputati alla regolazione della serotonina sono responsabili delle modifiche al livello di ansia e stress,  l’umore, il tasso di impulsività e di sensazioni quali la fame e la sazietà. Inoltre almeno dal Novecento in avanti il corpo della donna è diventato uno degli “oggetti” mediatici di maggiore interesse, con canoni estetici imposti in modo più o meno velato, a volte anche violentemente: anoressia o bulimia sarebbero allora modi per rifiutare il ruolo imposto dalla società e dalla cultura dominante, esercitando (o perdendo) il controllo sul proprio corpo.

Cosa fare allora per tornare a una situazione di benessere rispetto al proprio corpo e all’alimentazione quotidiana? In primis è necessario quantomeno arrivare alla consapevolezza di avere un problema, e quindi chiedere l’aiuto di specialisti del settore (psicologi o psicoterapeuti) con una o più visite di diagnosi. In genere, soprattutto nei casi più gravi, si affronta un percorso presso un centro o una clinica specializzata nella cura dei disturbi alimentari; i tempi possono essere anche molto lunghi e la terapia durare anni.

Anoressia: cos’è, cause e conseguenze

Meglio conosciuta come anoressia nervosa, l’incidenza di questo disturbo è di circa 8 nuovi casi per 100mila persone in un anno (per quanto riguarda le donne), mentre per gli uomini la percentuale si abbassa e scende a 0,02-1,4. L’etimologia della parola viene dal greco, e il termine significa “mancanza di appetito”, per quanto la caratteristica principale del disturbo non è tanto il mancato stimolo della fame, quanto la negazione volontaria dello stesso, che porta così a perdere progressivamente sempre più peso.

I pensieri e le azioni delle persone che soffrono del disturbo sono infatti concentrati in modo costante e ossessivo sul controllo del corpo e del cibo, per esempio contando le calorie assunte, oppure rendendo ogni pasto un rituale con regole ferree; per alcuni specialisti si tratterebbe di un modo per tenere a bada altre paure e ansie, in quanto isolando un aspetto solo della personalità (quello legato alla sfera estetica) si sarebbe meno sensibili ad altri.

Di conseguenza chi soffre di anoressia è spesso meno in grado di stabilire relazioni con altri, o di subire l’influenza di emozioni positive. Tra i sintomi legati all’anoressia ci sono infatti: la depressione, dopo un periodo di euforia in seguito ai primi risultati; una spiccata tendenza al perfezionismo, anche in altri campi come lo studio o il lavoro; scarsa autostima, che contribuisce al mantenimento del disturbo; rapporti problematici con gli altri e isolamento; paura di crescere e maturare, ovvero staccarsi dai genitori.

Bulimia: cosa significa e sintomi

L’etimologia del nome del disturbo, che sarebbe più corretto chiamare bulimia nervosa, significa letteralmente “fame da bue” e la sua caratteristica principale è quella di essere caratterizzata da crisi durante le quali la persona affetta mangia una gran quantità di cibo in un ridotto lasso di tempo, indipendentemente dagli stimoli della fame. Ogni anno in media ci sono 12 nuovi casi di bulimia ogni 100mila donne e 0,8 nuovi ogni 100mila uomini.

Spesso la vittima non sente neanche il sapore di ciò che mangia, e in quel frangente perde del tutto il controllo sul proprio rapporto col cibo; a queste crisi seguono regolarmente tentativi di compensare l’aumento di peso, e infatti non è raro che la bulimia sia accompagnata dall’anoressia.

Per quanto durino in genere poco, a volte chi soffre del disturbo può avere più attacchi nello stesso giorno. Anche la scelta del cibo ingerito non è casuale, e ricade su dolci oppure alimenti molto calorici e grassi, che altrimenti non verrebbero consumati se non in occasioni speciali.

Spesso l’insorgenza della bulimia è legata a una dieta ipocalorica oppure a un dimagrimento improvviso, oppure a eventi stressanti o traumi emotivi. Le persone bulimiche riservano un’attenzione eccessiva verso il proprio aspetto fisico, perché insoddisfatte, e fanno derivare la propria autostima da ciò. Dopo una crisi insorgono sentimenti negativi di depressione, angoscia, colpa e vergogna, preceduti da un illusorio senso di soddisfazione e piacere (derivante dall’assunzione di cibo). In particolare la paura di ingrassare comporta il ricorso al vomito, che ha anche la funzione di alleviare l’ansia.

Oltre a ciò, i bulimici esibiscono un pensiero del tipo “tutto o nulla“, ovvero tendono a vedere le cose in bianco e nero: nello specifico il cibo sarà qualcosa da temere e scacciare oppure da desiderare. Inoltre molti pazienti ammettono di avere molte difficoltà nella gestione degli impulsi, che portano ad autolesionismo lieve o alla tendenza a mettersi in situazioni potenzialmente pericolose.

Obesità: definizione, cause e conseguenze

L’obesità è considerata una vera e propria patologia di tipo cronico, e viene riconosciuta come tale quando si presenta aumento di peso grave, con conseguenze significative sulla qualità della vita di chi ne soffre. Parlando in termini clinici, si considera obeso chi ha un indice di massa corporea sopra i 30. In Italia sono circa 4 milioni gli adulti che ne soffrono, mentre l’obesità infantile si manifesta in addirittura un bambino su 4.

Circa un terzo delle persone affette da obesità è preda anche di episodi di alimentazione incontrollata, ai quali si associano sensazioni di perdita di controllo. A differenza degli altri disturbi, il cosiddetto Binge Eating Disorder colpisce sia uomini che donne, senza differenze statistiche rilevanti.

A causare l’obesità sono davvero tantissimi fattori: da quelli genetici a quelli psicologici, passando per comportamenti errati in termini di alimentazione e cambiamenti nella personalità. Chi soffre di obesità tende quasi a dimenticarsi del proprio corpo, e allo stesso tempo è molto consapevole del giudizio altrui, per non riuscendo ad attivare comportamenti che possano cambiare la situazione. I pazienti obesi infatti tendono a evitare il conflitto e a compiacere gli altri, ignorando i propri bisogni. Il cibo diventa quindi l’unica modalità con cui compensare questi problemi, che sconfinano nella solitudine e nella sensazione di vuoto interiore.

Foto Copertina: Flickr – daniellehelm

Alessio Cappuccio
Cosa faccio nella vita? In pratica scrivo e ogni tanto faccio video e fotografie. Appassionatissimo di cinema, ritorno a scrivere di scuola e università dopo aver sperato di aver detto addio per sempre allo studio con la laurea. Nella vita, però, mai dire mai!
Leggi altri articoli in Copiare a Scuola Scuola