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Hikikomori in Italia: cause, significato e consigli per affrontarlo
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Hikikomori in Italia: cause, significato e consigli per affrontarlo

Di Alice Giusti
pubblicato il 30 agosto

Avete sentito parlare di hikikomori, ma non avete ancora capito cos’è, come riconoscere il disagio e come supportare i ragazzi e le ragazze che decidono di isolarsi? Cerchiamo di capire insieme di cosa si tratta.

Hikikomori in Italia: cause, significato e consigli per affrontarlo

Fenomeno Hikikomori: cosa sappiamo su questo disagio e come comprenderlo

A noi tutti (o quasi) sarà capitato di avere un momento o un periodo in cui avremmo voluto fuggire dal mondo che ci circonda, dalla pressioni, dai brutti voti a scuola, dalle liti con i genitori e dalle delusioni amorose. Fortunatamente, però, in genere si riesce a superare i momenti “no” grazie agli amici, al supporto della famiglia, alle cose belle che accadono nella vita, alla socialità. Non per tutti, però, è così: c’è chi avverte il peso della società come un vero e proprio macigno e pian piano inizia a isolarsi fino a non voler più uscire dalla propria camera, che diventa un rifugio dalla realtà. Questo disagio è conosciuto con il nome di Hikikomori e, sebbene sia un fenomeno prevalentemente diffuso in Giappone, è sempre di più oggetto di attenzione anche in Italia, tanto che al Festival di Venezia 2019 sarà presentato un film, dal titolo Happy Birthday (una produzione One More Pictures con Rai Cinema, prodotto da Manuela Cacciamani), proprio sul tema. Che cos’è nel dettaglio, quali sono le cause e come stare vicini a un amico, fratello, sorella, parente o conoscente che tende a isolarsi sempre di più? Il fenomeno degli Hikikomori è ancora poco conosciuto nel nostro Paese, ma proviamo a inquadrare la problematica per avere un’idea più chiara e comprendere l’origine di questo disagio per affrontarlo con empatia e senza pregiudizi e giudizi.

hikikomori

Chi sono gli Hikikomori: significato del termine e origine

Il termine Hikikomori significa letteralmente “stare in disparte” e, come intuibile, è una parola giapponese che viene utilizzata per indicare quelle persone che decidono di isolarsi e abbandonare la propria vita sociale per periodi molto lunghi di tempo, che vanno da sei mesi fino a diversi anni. Il fenomeno è nato in Giappone, dove la società iper competitiva e la rigidità delle relazioni familiari portano spesso gli adolescenti a rinchiudersi nella propria camera rifiutando qualsiasi contatto con il mondo esterno, inclusi amici, genitori e familiari. Di fatto, quindi, l’hikikomori smette di andare a scuola, di fare sport o di dedicarsi a qualsiasi attività ricreativo-culturale che prevede l’uscita dalla propria stanza e il contatto diretto con gli altri, di uscire con gli amici o avere un fidanzato/a.

In Giappone, come riporta l’Associazione Nazionale Hikikomori Italia, i casi accertati sarebbero 500mila (anche se si stima che il numero possa arrivare a 1 milione), mentre in Italia ci sarebbero circa 100mila casi. Un numero, se confermato, non da poco quindi!

Chi è l’Hikikomori: l’identikit

Chi è quindi l’Hikikomori? In genere, sempre secondo quanto riportato dall’Associazione, si tratta di ragazzi di sesso maschile di età compresa tra i 14 e i 30, mentre il numero di ragazze soggette a questo disturbo sembra essere molto più limitato. Caratteristica principale è la sua demotivazione nei confronti della vita sociale, arrivando a un rifiuto totale della stessa.

L’Hikikomori, inteso come fenomeno, è un disagio sociale che si discosta da altri disturbi simili e che è legato alle pressioni derivanti dalle società capitalistiche economicamente sviluppate. Per capire meglio, sappiamo che l’hikikomori:

  • non è una malattia e non è sinonimo di depressione (a dirlo è il Ministero della Salute giapponese): sembra infatti che la tendenza all’isolamento spesso non sia preceduta dalla presenza di uno stato depressivo nel soggetto.
  • non è causato dalla dipendenza da internet: l’hikikomori non diventa tale perché sviluppa una dipendenza da internet o da videogiochi, ma è piuttosto una conseguenza. Rifugiandosi in camera, infatti, trascorrere il tempo davanti al PC o a una consolle è l’attività più immediata.
  • non è una fobia sociale come l’aragofobia (la paura degli spazi pubblici): la causa dell’isolamento in un hikikomori non è neanche legata a una fobia per gli spazi pubblici o scaturita dalla paura per luoghi affollati di persone.

Le cause dell’ hikikomori

Come abbiamo visto, quindi, l’hikomori non è causato dalla depressione o da una fobia sociale né corrisponde a una dipendenza da internet, tutti elementi che sono piuttosto delle conseguenze dell’isolamento che una causa. 

A favorire il ritiro sociale, sembrano influire questi fattori:

  • situazioni familiari complicate: nella società giapponese, l’assenza emotiva del padre e l’eccessivo attaccamento alla madre sembrano favorire la nascita di questo disagio. Il ragazzo, infatti, tende progressivamente a rifiutare qualsiasi aiuto e relazione con i componenti della famiglia.
  • situazioni scolastiche difficili: all’origine spesso c’è anche una situazione scolastica percepita negativamente. Atti di bullismo, senso di incapacità e fallimento, cattivi rendimenti scolastici, difficoltà a relazionarsi con i compagni portano i ragazzi al progressivo isolamento.
  • carattere: i soggetti più introversi, fragili e insicuri hanno di base più difficoltà a relazionarsi con gli altri o vivono male molte situazioni, portandoli gradualmente a evitare il confronto o le possibili esperienze negative.
  • pressioni sociali: “potevi prendere un bel voto”, “devi trovarti il fidanzato/a”, “devi essere sportivo”, “devi ottenere quel posto di lavoro”, “devi diventare una persona di successo” sono tutti dettami della società attuale che vengono percepiti con angoscia e progressivo sconforto da questi ragazzi che pian piano iniziano a isolarsi per non doversi più confrontare con questa realtà opprimente.

Nonostante gli hikikomori provino sollievo a isolarsi dalla società, le conseguenze per loro sono negative: arrivati a una fase di isolamento e di rifiuto completo della società, è difficile convincerli a uscire dalla loro camera e il reinserimento all’interno della società può essere molto lungo e complesso. Inoltre, come già detto, è facile diventare dipendenti da internet, sviluppare stati depressivi e una fobia nei confronti delle persone.

Come comportarsi con gli hikikomori?

Purtroppo non c’è un manuale di istruzione per aiutare gli hikikomori: anche con la buona volontà, si può rischiare di indurre un isolamento ancora più forte in loro se percepiscono il nostro intervento come ulteriore fonte di pressione. Inoltre, come già anticipato, quando si arriva al rifiuto completo della società esterna, possono volerci mesi oppure anni prima che la persona riesca a tornare ad avere una vita sociale.

Cosa fare quindi? È importante cercare di captare i campanelli d’allarme e quindi intervenire subito (una persona, infatti, difficilmente si rinchiude in camera senza voler uscire dal giorno alla notte… in genere si tratta di un percorso graduale). Se vedete che qualche vostro amico o familiare inizia gradualmente a saltare la scuola, smette di fare sport, rifiuta gli inviti a qualsiasi tipo di uscita sempre più frequentemente, evita il contatto con tutte le persone che conosce sempre di più e parla sempre meno con voi e con gli altri, significa che c’è qualcosa che non va. Cercate quindi di comunicare di più con lui/lei e di indagare con delicatezza sulle motivazioni che lo stanno spingendo all’isolamento.

Se questa tendenza all’isolamento inizia a farsi seria e il/la ragazzo/a inizia a rifiutarsi di andare a scuola e non vuole più uscire di camera, è importante rivolgersi a un esperto professionista. Se non sapete con chi parlare, contattate la Asl locale, la scuola e/o il vostro medico di base che possono darvi indicazioni sulle associazioni e sui professionisti a cui chiedere supporto specifico.

(Foto Credits: Pixabay)

Alice Giusti
Aspirante Jane Austen sin dalla tenera età, vivo con la valigia sempre pronta. Oggi Londra, domani Parigi, viaggio fisicamente o con la mente, basta un po’ di buona musica, un classico o una serie tv storica per farmi sognare. Appassionata di tutto ciò che è British, per vivere scrivo e mi piace talmente tanto che alla fine, mi sa, scrivo per vivere.
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