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Mascherine chirurgiche (a scuola) e inquinamento: rischi per l’ambiente e una possibile soluzione
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Mascherine chirurgiche (a scuola) e inquinamento: rischi per l’ambiente e una possibile soluzione

Di Alice Giusti
pubblicato il 28 settembre

Il CTS, all’insegna della più grande prudenza, ha suggerito l’utilizzo esclusivo di mascherine chirurgiche. A scuola ne vengono distribuite 11 milioni al giorno. Ma come vengono smaltite? Una soluzione più green (forse) c’è.

Mascherine chirurgiche (a scuola) e inquinamento: rischi per l’ambiente e una possibile soluzione

Mascherine e inquinamento: un difficile equilibrio tra salute e tutela ambientale

Nell’epoca del COVID-19 trovare un equilibrio tra varie esigenze è difficile. Riaprire le scuole coscienti del rischio contagio è stato un lavoro travagliato, riuscire a conciliare il contenimento del virus con la ripresa dell’economia pare un’impresa titanica e ancora più difficoltoso sembra trovare un raccordo tra misure anti COVID-19 e salvaguardia dell’ambiente. Pensiamo alla direzione in cui stava andando il mondo fino a gennaio 2020: Fridays for Future, campagne e campagne per la promozione di uno stile di vita più rispettoso dell’ambiente, abbandono graduale della plastica e dei prodotti monouso per adottare soluzioni rinnovabili e riciclabili. Il Coronavirus, però, ha scompigliato le carte in tavola: il virus ha reso necessaria la produzione massiccia di guanti, di mascherine chirurgiche e in molti casi si è tornati a preferire confezioni e oggetti monouso e in plastica. Insomma, un passo indietro purtroppo necessario ma che rischia nel medio e lungo periodo di avere delle conseguenze importanti sull’ambiente e sulla vita sul nostra pianeta. A far discutere è soprattutto la decisione del Governo, sotto consiglio del Comitato Tecnico Scientifico, di imporre l’uso di mascherine chirurgiche a scuola e sui mezzi pubblici rinunciando a quelle di stoffa riutilizzabili. Dato che il commissario Arcuri fornisce 11 milioni di mascherine al giorno solo per le scuole, si parla di circa 2,3 miliardi di mascherine da distribuire e poi smaltire da qui a giugno 2021.

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Perché l’uso di mascherine chirurgiche al posto di quelle di stoffa è un danno per l’ambiente?

Le mascherine chirurgiche sono monouso, quindi, affinché non perdano la loro capacità filtrante, devono essere cambiate dopo alcune ore. Sicuramente, quindi, non si possono riutilizzare per più giorni e non sono riciclabili (anche perché potenzialmente infette); per questo vanno smaltite all’interno del cassonetto dell’indifferenziata. Ora, se le mascherine sono smaltite correttamente queste finiscono negli inceneritori o nei termovalizzatori senza creare troppi problemi, ma «purtroppo gli inceneritori non bastano, soprattutto nel Mezzogiorno, dove questi impianti sono una rarità», ha spiegato Chicco Testa, esperto di ecologia e presidente dell’Assoambiente a TGCom24. Inoltre i numeri di mascherine chirurgiche da smaltire sono impressionanti: si parla di oltre 100mila tonnellate di dispositivi di protezione individuale che finiranno negli inceneritori nel 2020. Pensate che se anche una minima percentuale di queste finisse in discarica o dispersa nell’ambiente, si avrebbero comunque milioni di mascherine in giro a inquinare il nostro territorio. L’associazione francese Opération Mer Propre (Operazione Mare Pulito), a questo proposito, ha stimato che di questo passo il mare sarà più “popolato da mascherine che da meduse”.

Perché il CTS ha suggerito l’imposizione di mascherine chirurgiche?

Ma allora perché si è deciso di optare per mascherine chirurgiche obbligatorie a scuola e sui mezzi bandendo quelle di stoffa? Per i medici e gli scienziati sono più sicure perché si tratta di presidi medici certificati, già utilizzati da tempo in ambito sanitario, e di cui si conosce la capacità di filtraggio in regola con le norme UNI EN ISO 14683-2019. Le mascherine di stoffa, invece, chiamate anche “di comunità” servono per ridurre la circolazione del virus nella vita quotidiana ma in molti casi non sono presidi medici certificati: devono solo essere realizzate in materiali multistrato, non tossici e che permettono la respirazione senza problemi, ma non hanno bisogno di certificazione. Il problema delle mascherine di stoffa è che non seguono un unico standard e che possono funzionare o meno in base all’uso personale che se ne fa, legato anche a quante volte si lavano (e come). Il CTS, quindi, va nella direzione della soluzione al 100% più sicura nell’immediato per la salute.

Ci possono essere soluzioni alternative?

Tutte le associazioni ambientaliste si sono schierate contro la decisione del Governo di spingere sulle mascherine chirurgiche, suggerendo di trovare soluzioni alternative, come l’utilizzo di mascherine di stoffa riutilizzabili certificate, già in commercio. Spingere su questa soluzione vorrebbe dire anche educare i ragazzi e le ragazze a un uso responsabile dei dispositivi di protezione personale, spiegando loro quali sono le norme per un corretto lavaggio e riutilizzo delle mascherine (es. lavarle giornalmente ad almeno 60° gradi e non superare il numero dei lavaggi previsti per ciascuna mascherina) ed evitando il messaggio sbagliato di continuare a produrre tonnellate e tonnellate di rifiuti ogni giorno. In questo modo si potrebbe tutelare la salute degli studenti senza aumentare l’inquinamento e sarebbe un’opportunità per molte aziende italiane, che hanno già riconvertito parte della loro produzione per mettere in commercio mascherine riutilizzabili. Anche il Ministero dell’Ambiente stesso, in una sua campagna di giugno 2020, aveva invitato ad adottare dei comportamenti responsabili nei confronti dell’ambiente, a partire dall’uso di mascherine di stoffa…

L’unico problema è forse il tempo. Le mascherine chirurgiche sono utilizzabili già da adesso, mentre per procedere a una produzione massiccia di mascherine riutilizzabili certificate sarebbe necessario prima definire standard unici di sicurezza e filtraggio. Ci auspichiamo, però, che si possa andare in questa direzione, sostituendo pian piano le mascherine chirurgiche con altre, sempre sicure, ma più rispettose dell’ambiente. Perché la COVID-19 fa paura e non possiamo commettere altri passi falsi, ma anche le conseguenze dell’inquinamento non sono da sottovalutare.

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(Foto Credits: Pixabay)

Alice Giusti
Aspirante Jane Austen sin dalla tenera età, vivo con la valigia sempre pronta. Oggi Londra, domani Parigi, viaggio fisicamente o con la mente, basta un po’ di buona musica, un classico o una serie tv storica per farmi sognare. Appassionata di tutto ciò che è British, per vivere scrivo e mi piace talmente tanto che alla fine, mi sa, scrivo per vivere.
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