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È più rischioso tornare a scuola o non tornarci? Una riflessione
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È più rischioso tornare a scuola o non tornarci? Una riflessione

Di Alice Giusti
pubblicato il 07 settembre

L’impegno di tutti è adesso riaprire la scuola. Ma le preoccupazioni a livello sanitario sono diverse. Tuttavia, cosa si rischia, a livello educativo, se non si torna sui banchi di scuola?

È più rischioso tornare a scuola o non tornarci? Una riflessione

Sulla riapertura della scuola, in questi mesi, si è detto tutto e il contrario di tutto, ma su una cosa sembrano essere tutti concordi: dal 14 settembre dovremo tornare sui banchi che non vediamo da marzo scorso, costi quel che costi. In questi giorni si parla molto dei rischi di aprire le scuole con una pandemia in corso, ma quali sono i pericoli di medio e lungo termine se non si tornasse in classe? Il Segretario Generale dell’ONU Guterres ha parlato di una possibile «catastrofe educativa», invitando i Governi di tutti i Paesi non solo a riaprire le scuole ma anche a sfruttare questa crisi per rinnovare i modelli didattici.

Perché è rischioso aprire le scuole?

La risposta arriva direttamente dal Comitato Tecnico Scientifico, composto da vari esperti che hanno il compito di garantire il rientro a scuola in sicurezza: «Non è nota la reale trasmissibilità nelle scuole anche se cominciano ad essere disponibili evidenze scientifiche di focolai in ambienti scolastici. Non è nemmeno noto l’impatto che potranno avere le misure di riorganizzazione scolastica che si stanno mettendo in campo in questi giorni». Inoltre, non è ancora chiaro quanto i bambini, spesso asintomatici, siano in grado di trasmettere il virus.

Perché è rischioso non aprirle?

Se il ritorno a scuola fa un po’ paura a livello di emergenza sanitaria (quindi nel breve periodo il pericolo è legato all’andamento epidemiologico), è chiaro che nel medio e lungo periodo la chiusura delle scuole o la sola didattica a distanza metterebbero a rischio il diritto all’istruzione per tutti gli studenti e le studentesse, con conseguenze devastanti per la società di domani.

Se è ancora presto per capire appieno quali sono le conseguenze del lockdown sull’apprendimento e sull’accesso all’istruzione, non è solo Guterres a documentare, a livello mondiale, «la maggiore crisi dei sistemi educativi della storia, che ha coinvolto 1,6 miliardi di studenti in tutti i Paesi e in tutti i continenti», ma anche Save The Children e la Fondazione Agnelli denunciano i rischi legati alle chiusure delle scuole.

Save the Children, ad esempio, sottolinea come l’impoverimento e il conseguente abbandono scolastico possa portare a conseguenze gravissime sui bambini e adolescenti, come l’aumento del lavoro minorile, i matrimoni precoci e l’aumento di pratiche come la mutilazione genitale, oltre all’aumento di casi di violenza domestica. L’obiettivo di raggiungere piena istruzione nel mondo nel 2030 appare sempre più lontano.

Per quanto riguarda l’Italia, dove già la dispersione scolastica era molto elevata (tra il 14% e il 15%  a livello nazionale, quando l’obiettivo UE era di rimanere sotto al 10% entro il 2020), il rischio di abbandoni sempre più frequenti e massicci è alto, tanto che Save The Children, nella ricerca “Riscriviamo il futuro – L’impatto del Coronavirus sulla povertà educativa”, stima che si possa tornare ai livelli del 2008 (in concomitanza della crisi finanziaria) dove la dispersione scolastica raggiunse il 20%. Inoltre, se già prima del lockdown in Italia c’erano 286mila bambini e adolescenti in povertà assoluta (cioè che non avevano accesso ai beni essenziali), il numero sembra destinato a crescere (dall’indagine di Save the Children su 1003 minori, solo il 14% delle loro famiglie ha detto di non avere avuto ripercussioni economiche dalla pandemia).

All’aspetto economico, che può incidere sulla dispersione scolastica e all’accesso a modalità online di didattica, si aggiunge anche la povertà educativa: secondo i dati OCSE-Pisa 2018, il 24% dei ragazzi di 15 anni non raggiungeva competenze minime in matematica, il 26% in scienze e il 23% in lettura, e queste percentuali sono ancora più drammatiche se si considera che il livello di benessere economico incide notevolmente sull’apprendimento di bambini e adolescenti.

È difficile quantificare le carenze di apprendimento registrate quest’anno a causa della pandemia e delle relative chiusure: i Test Invalsi, con tutti i difetti del caso, erano uno strumento per misurare le capacità di apprendimento e quest’anno sono state cancellate. Andrea Gavosto e Barbara Romano della Fondazione Agnelli, sul Sole24Ore, hanno però provato a calcolare la perdita di apprendimenti causata dal lockdown stimando che i mesi di assenza da scuola «possono costare lungo l’arco della vita lavorativa fino a 21mila euro per studente, in termini di minori redditi futuri. Se moltiplichiamo questa cifra per gli 8,4 milioni di studenti arriviamo a un costo potenziale del Coronavirus nei prossimi decenni pari al 10% del Pil, stima che dovrebbe destare enorme preoccupazione».

Cosa possiamo fare noi come cittadini per la riapertura delle scuole?

Se c’è una cosa che abbiamo capito da questa pandemia è che anche noi cittadini, giovani e meno giovani, abbiamo un ruolo importante nella tenuta della scuola. Garantire il diritto alla salute è fondamentale, ma nuovi lockdown comporterebbero una crisi educativa che mina il futuro delle nuove generazioni.

Come cittadini e persone che vivono all’interno di una comunità, possiamo fare la nostra parte, al di là dell’operato delle istituzioni. È necessaria, infatti, la collaborazione da parte di tutti – docenti, studenti, famiglie – per garantire il ritorno a scuola in sicurezza di tutti rispettando le regole previste.

Sarebbe utile, in tutto questo dibattito, anche chiedere ai ragazzi e alle ragazze come immaginano il ritorno a scuola e, una volta operativo, chiedere loro quali sono le criticità più grandi che vedono in questo nuovo modo di stare in classe, quali sono i rischi che avvertono, quali sono le loro idee per innovare la didattica e agire di conseguenza. Studenti coinvolti nel costruire una scuola sicura anche in tempi di pandemia significa avere studenti più responsabili e preparati oggi e in futuro, perché non subiscono imposizioni passive dall’alto, ma sono parte attiva di un cambiamento che determinerà il loro futuro. Potrebbe essere l’occasione per trasformare la crisi in una vera opportunità di avere una scuola più inclusiva, partecipativa e innovativa.

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(Foto Credits: Pixabay)

Alice Giusti
Aspirante Jane Austen sin dalla tenera età, vivo con la valigia sempre pronta. Oggi Londra, domani Parigi, viaggio fisicamente o con la mente, basta un po’ di buona musica, un classico o una serie tv storica per farmi sognare. Appassionata di tutto ciò che è British, per vivere scrivo e mi piace talmente tanto che alla fine, mi sa, scrivo per vivere.
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