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Brexit: cosa è successo, riassunto, conseguenze e ultime novità in parole semplici
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Brexit: cosa è successo, riassunto, conseguenze e ultime novità in parole semplici

Di Federico Molinari
pubblicato il 21 ottobre

In questi giorni si parla sempre più dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Di cosa si tratta? Quali sono gli ultimi sviluppi?

Brexit: cosa è successo, riassunto, conseguenze e ultime novità in parole semplici

Novità sulla Brexit: a che punto siamo e cosa è successo fino a oggi

Da quando è stato indetto il referendum nel giugno 2016, la Brexit è una questione che continua a suscitare dibattiti e opinioni. Il 31 ottobre 2019, termine ultimo per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, si sta avvicinando e il 18 ottobre è stato trovato un accordo tra il Governo Britannico e l’Unione Europea. Questo patto per la Brexit, tuttavia, non ha trovato consensi nel parlamento inglese. Il Primo Ministro Johnson è stato costretto a chiedere un rinvio all’UE, che ha deciso di non comunicare ancora la sua risposta, forse in attesa di eventuali evoluzioni nel parlamento di Westminister. La questione Brexit è certamente molto complessa, quindi può darsi che non vi sia ancora tanto chiara. Ecco un riassunto di ciò che è successo, in cui vi spieghiamo in parole semplici quali sono le cause, le conseguenze e le ultime novità.

Il parlamento inglese non approva l’accordo e chiede rinvio all’UE: aggiornamento 21 ottobre 2019

Sabato mattina, invece di votare sull’accordo come previsto, il parlamento inglese ha approvato una mozione di sicurezza: il rinvio della votazione fino a quando non sarà modificata anche tutta la legislazione che permette un’uscita ordinata dall’UE. I deputati, infatti, temono che, dando il loro via libera, permettano indirettamente al governo di lasciare l’Unione il 31 ottobre come se non fosse stato siglato nessun accordo (in parole più semplici, se non vengono cambiate e armonizzate le leggi interne, l’accordo rischia di rimanere “carta straccia”). Di fatto, questa mossa ha costretto Boris Johnson a chiedere un rinvio della Brexit a causa di un’altra legge (il Benn Act) secondo la quale il governo avrebbe dovuto rimandare l’uscita se non si fosse arrivati all’approvazione di un accordo entro il 19 ottobre. Tuttavia, il premier inglese, ostinato a uscire alla fine del mese dall’UE, ha chiesto sì un rinvio ma a suo modo:

  • ha inviato una richiesta di rinvio non firmata a Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo.
  • ha inviato una seconda lettera firmata in cui spiega i motivi per cui una proroga rappresenta un errore.
  • poi una terza lettera inviata tramite l’ambasciatore britannico all’Unione Europea in cui sostiene che il rinvio è stato richiesto solo nel rispetto della mozione di sabato e del Benn Act.

Queste richieste sono già arrivate nel quartier generale dell’UE ma si attendono gli sviluppi di questa settimana a Londra prima di dare una risposta al governo inglese, che invece è fermamente convinto di poter trovare una soluzione definitiva entro il 31 ottobre senza aver bisogno di un altro rinvio. Nel frattempo, i Labouristi si stanno organizzando per un nuovo referendum come emendamento successivo all’accordo di uscita, così da capire se gli inglesi sono d’accordo con i contenuti del patto tra UE e Regno Unito.

Cosa è successo finora

Prima di questa novità, qui trovate tutta la storia della Brexit per punti salienti.

L’accordo per la Brexit: aggiornamento del 18 ottobre 2019

Finalmente Unione Europea e Regno Unito hanno trovato un accordo per la Brexit. Prima di dare inizio alla procedura di uscita dall’Unione Europea, però, serve l’ok di tutto il Parlamento britannico, che si riunirà in sessione straordinaria sabato 19 ottobre 2019. Johnson è positivo ma ha preparato una contromossa: se il Parlamento non ratificherà l’accordo, presenterà una mozione che prevede l’uscita del Regno Unito dalla UE senza accordo (il cosiddetto no deal), opzione che non piace ai partiti che si oppongono al Governo. Ecco i punti principali dell’accordo che ha ricevuto il lascia passare delle istituzioni europee:

  • Il Regn0 Unito, prima di uscire, affronterà un processo transitorio di circa un anno, fino al 2020.
  • Il Regno Unito pagherà 33 miliardi di euro all’UE per l’uscita.
  • Il backstop verrà applicato solo all’Irlanda del Nord, che passa sotto un aspetto prettamente giuridico nell’unione doganale britannica ma, di fatto, rimane assoggettata alle regole del mercato europeo per almeno quattro anni. Dopo questo periodo, il parlamento locale irlandese deciderà per il rinnovo di questa condizione o per l’uscita dal mercato europeo, preceduta da due anni di transizione.
  • Per evitare scontri tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, il confine doganale viene spostato tra Belfast e Gran Bretagna, in mare, dove saranno controllate tutte le merci che dalla GB andranno in Irlanda del Nord.
  • Il level playing field è l’ultima novità dell’accordo di Boris Johnson: la Gran Bretagna si allineerà all’UE sugli standard ambientali e sui diritti ai lavoratori.

Aggiornamento 12 settembre 2019: Theresa May si è dimessa e il Parlamento inglese è chiuso per 14 giorni

In aprile la May tenta di trovare un accordo con il paritito labourista per designare gli accordi della Brexit: passa una legge che garantisce l’uscita dalla UE con l’accordo. May quindi va a Bruxelles e ottiene altri 6 mesi di rinvio per la data della Brexit al 31 ottobre 2019. Nel frattempo la Gran Bretagna partecipa alle Europee del 23 maggio, visto che non è ancora ufficialmente fuori dal Parlamento Europeo. Durante le sedute per gli accordi con i labouristi capeggiati da Jeremy Corbyn, si arriva a stabilire che la strada convenevole a tutti è quella della soft-Brexit, si tenta di trovare una soluzione prima dell’insediamento del nuovo Parlamento Europeo ma la May tenta un ultimo colpo: propone alla Camera dei Comuni un secondo referendum sulla Brexit, scatenando l’ira dei labouristi. Il 7 giugno Theresa May si dimette e come suo successore viene designato Boris Johnson, un forte sostenitore della hard-Brexit. Il 14esimo Primo Ministro inglese ottiene l’incarico ufficiale dalla Regina e promette di trovare un accordo per uscire entro il 31 ottobre, senza chiedere ulteriori rinvii a Bruxelles. Come prima mossa, Johnson emana un decreto che abolirà, sempre dal 31 ottobre, la legge secondo cui tutte le normative europee entravano direttamente in vigore anche in Gran Bretagna, conosciuto come European Communities Act. A fine agosto si inizia a temere il peggio: se il Parlamento inglese non riesce a trovare degli accordi, approvati poi dall’Unione Europea, si uscirà con la formula no-deal. Gli inglesi insorgono contro Boris Johnson e firmano una petizione contro di lui. Il Primo Ministro inglese ha successiamente fatto un tira e molla sulla sua posizione riguardo il no-deal, alternando dichiarazioni in cui sosteneva di voler uscire con l’accordo e altre in cui vedeva con difficoltà il raggiungimento di questo obiettivo. Il picco della crisi si raggiunge quando si scopre che Johnson stava programmando di sospendere il Parlamento Inglese fino al 14 ottobre, appellandosi alla prorogation, cioé una richiesta di proroga delle attività parlamentari che soltamente viene chiesta tra due sessioni di lavoro consecutive. La regina ha dovuto firmare: Corbyn e i labouristi hanno denunciato l’accaduto sostenendo che questo escamotage aiuterebbe Johnson a proseguire per la strada del no deal, visto che da 14 al 31 ottobre sarebbe impossibile trovare un accordo da presentare a Bruxelles. Gli inglesi si uniscono e più di un milione di persone firmano la petizione contro questa mozione del capo di Downing Street. Intanto il partito di Johnson perde la fiducia, molti passano dai labouristi facendo saltare la maggioranza in Parlamento. Si arriva a settembre, quando Johnson propone le elezioni anticipate in caso di sfiducia al suo governo, nel frattempo il Parlamento riesce ad ottenere la maggioranza per far passare una legge “anti no-deal”, sottoscritta il 9 settembre 2019 dalla Regina Elisabetta.

Aggiornamento 11 aprile 2019

Il Parlamento britannico, attraverso la figura del primo ministro Theresa May, ha chiesto all’Unione Europea un rinvio per la rielaborazione degli accordi della Brexit, così da evitare l’uscita “no deal”. Il Parlamento Europeo ha accettato la richiesta di rinvio al 31 ottobre, data in cui la Commissione Europea di Junker si scioglierà, così da evitare che l’Inghilterra si trovi a dover rientrare anche negli affari di ricostituzione del nuovo commissariato UE. Per ora, quindi, la Gran Bretagna rimarrà nell’unione e nel Parlamento Europeo, che verrà rieletto a breve, ma non potrà esercitare il diritto di veto per bloccare le procedure legate a delle decisioni di affari europei.

Per approfondire leggi qui:

Aggiornamento 15 marzo 2019: il Parlamento inglese vota per rimandare la Brexit

Tra il 12 e il 14 marzo, il Parlamento britannico è stato chiamato a prendere importanti decisioni riguardo alla Brexit. Theresa May, il 12 marzo, ha presentato alla Camera dei Comuni l’accordo, già rigettato a gennaio dal Parlamento, raggiunto con l’UE, ma anche questa volta i deputati lo hanno bocciato. Il 13 marzo, la House of Commons ha nuovamente espresso il suo voto negativo sulla possibilità di uscire dall’Unione Europea il 29 marzo senza un accordo. Cosa fare quindi se l’accordo non va bene, ma non è contemplata neanche la possibilità di uscire senza accordo? Il 29 marzo è troppo vicino per stabilire un nuovo accordo quindi il Parlamento, giovedì 14 marzo 2019, ha votato per rinviare la Brexit al 30 giugno 2019, dando più tempo per concludere negoziati con l’Unione e trovare una soluzione. Tuttavia, non è detto che il rinvio ci sarà: l’ultima parola spetta ai 27 stati membri dell’UE, che devono dare il loro ok all’unanimità. Il voto è previsto per il 21 marzo.

Qui per approfondire:

Aggiornamento 16 gennaio 2019: il Parlamento inglese dice “no” all’accordo con l’UE

Il 15 gennaio 2019, la House of Commons (la Camera dei Comuni – elettiva) del Parlamento britannico ha bocciato l’accordo sulla Brexit sottoscritto dal governo di Theresa May a Bruxelles con 432 voti a sfavore e 202 a favore. Una decisione che non è certamente priva di conseguenze questa decisione avrà infatti un impatto importante sul futuro della Brexit. Questi i possibili scenari:

  • Nuovo accordo. La May dovrebbe, in accordo con le opposizioni, presentare una nuova linea per poter negoziare, in tempi brevissimi, un altro accordo con l’UE (ricordiamo che l’uscita del Regno Unito dall’Unione è fissata per il 29 marzo 2019), che dovrebbe essere approvato comunque dal Parlamento. Anche nel caso si dovesse dimettere, il suo sostituto potrebbe presentare un nuovo accordo.
  • Brexit rimandata. La May potrebbe chiedere di rimandare l’uscita dall’UE del suo Paese, ma, per fare questo, tutti e 27 gli Stati dell’Unione Europea dovrebbero essere d’accordo.
  • No deal. L’incubo di tutti gli economisti, cittadini inglesi in UE e cittadini europei in UK (ma anche per la gran parte dei politici) è l’ipotesi che l’uscita del Regno Unito avvenga senza accordo. Perché è una prospettiva che in tanti considerano catastrofica? Pensate a tutte le regole, le leggi che sono state in vigore dal 1973 a oggi (perché recepite essendo parte dell’UE), e da che da domani non siano più valide, ma c’è nessuna regola che la sostituisca. Oppure che da domani, si passi da un regola di un certo tipo a una opposta, senza possibilità di armonizzarsi o di avere un passaggio graduale. Cosa succede ai cittadini europei che oggi studiano, viaggiano e/o lavorano in Inghilterra? Cosa succede a tutti gli accordi commerciali? Cosa cambia nella vita quotidiana?

Aggiornamento 16 novembre 2018: la bozza dell’accordo spiegata facile

Capire una bozza di un accordo internazionale non è affatto facile, per questo motivo noi vi spiegheremo a grandi linee in cosa consiste la proposta bocciata dal Parlamento britannico. Partiamo dal fatto che l’elaborato, presentato in questa settimana, è il frutto di più di due anni di negoziati tra Regno Unito (ovviamente si parla di Scozia, Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord) e Unione Europea, attori principali della vicenda. Theresa May, primo minstro inglese e capo di questa nuova era della Gran Bretagna verso l’uscita dell’UE, ha spiegato i punti salienti della bozza di accordo:

  • fine della libera circolazione dei cittadini inglesi in Europa. Ciò non significa che non potranno più circolare ma non possono farlo liberamente come i cittadini europei.
  • fine dei versamenti economici all’Europa. Il Regno Unito non dovrà più sottostare agli accordi economici stipulati tra stati europei.
  • fine della giurisdizione della Corte di Giustizia Europea. Tutti gli stati europei devono sottostare alle decisioni della Corte di Giustizia, una specie di tribunale europeo a cui si appellano gli stati membri per risolvere le controversie tra loro. Dal momento in cui l’uscita sarà ufficiale, la Gran Bretagna non sarà più tenuta a sottostare alla Corte.
  • la questione del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda. Queste due parti sono spesso state in conflitto tra di loro e si vorrebbe evitare di rovinare quasi un ventennio di pace, fornendo la continuità tra le due parti. In che modo? L’Irlanda del Nord avrà delle particolari concessioni dall’UE in materia economica e rimane nel Mercato Unico Europeo.

Detto ciò, chiariamo ancora qualche punto.
Il Regno Unito dovrà pagare qualcosa per uscire dall’Unione Europea? In un certo senso, sì. Dovrà rispettare gli impegni presi con l’Unione per evitare che gli altri paesi europei si trovino a dover ricoprire gli oneri economici del Regno Unito. E alla fine di tutto ci chiediamo: ma con questa bozza di accordo il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea? No, non ancora perché la bozza, per ora passata al Governo inglese e approvata dall’Unione dovrà essere resa come accordo e ratificata. A grandi linee, la Gran Bretagna ha tempo fino al 2020 per completare tutte le transizioni ma l’uscita ufficiale avverrà a marzo 2019, quando verrà ratificato l’accordo.

Brexit: cosa cambia per chi vuole studiare, lavorare o visitare la Gran Bretagna

Ora parliamo di ciò che interessa a noi europei riguardo la Brexit. L’Inghilterra è uno dei paesi più visitati da studenti e turisti, senza contare il numero di giovani che ogni anno la raggiungono per cercare lavoro. Cosa cambierà adesso? Scopriamolo insieme.

Brexit e turismo: cosa fare per visitare la Gran Bretagna?

Per entrare in Regno Unito servirà una carta d’identità o un passaporto, a patto che questi siano a regola con gli standard decisi dal Governo Inglese. Per ora quindi dovrete solo accertarvi che il vostro documento di viaggio sia in regola.

Studiare in Inghilterra: cosa succede dopo la Brexit?

Stando alle ultime notizie, andare in Inghilterra per seguire un corso d’inglese o per studiare non sarà così complesso rispetto ad adesso. Forse qualche cambiamento si inizierà a percepire nel momento in cui il governo inglese rivedrà le norme riguardanti l’immigrazione, dopo marzo 2019. Un cambiamento importante riguarderà le università: se ora gli studenti europei pagano le stesse tasse degli studenti inglesi, dopo l’uscita dallUE, tutti i cittadini europei saranno considerati studenti internazionali e dovranno pagare le tasse previste per questa categoria. Sono decisamente molto più onerose rispetto alle tasse previste per i locali.

Brexit e lavoro: cosa cambierà?

Secondo la bozza dell’accordo, tutti gli europei giunti in Gran Bretagna entro marzo 2019 ci potranno restare a tempo indeterminato. Dopo la fine della trasizione, a fine del 2020, si potrà richiedere la residenza permanente per rimanere in Inghilterra senza problemi. La bozza di accordo, inoltre, sancisce una parità dei diritti del lavoratore senza distinzioni di cittadinanza e di nazionalità. Per chi va invece in Inghilterra alla ricerca di un lavoro avrà bisogno di un visto per motivi professionali.

Storia della Brexit: cause, cosa è successo in breve e i punti principali

La Brexit ha avuto inizio nel momento in cui alcuni esponenti conservatori del Governo hanno proposto un referendum che chiedeva ai cittadini inglesi di votare per rimanere o uscire dall’Unione Europea. Il referendum si è tenuto il 23 giugno 2016 e ha vinto ovviamente la Brexit, nonostante molti cittadini si siano scagliati contro. Basti pensare che il 72% dei giovani ha votato per il “Remain”, mentre sono stati gli anziani o comunque gli over 50 a decidere per questa fuoriuscita che si ripercuoterà fortemente sul futuro dei giovani.  Per spiegare questa ormai celeberrima Brexit bastano poche parole, ossia «Il popolo della Gran Bretagna ha deciso di uscire dalla Unione Europea». Per uscire dall’Unione Europea, la Gran Bretagna si è appellata all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il quale, dal 2007, ha reso ufficialmente possibile allontanarsi dalla UE. Quando questo articolo 50 è stato sfruttato dalla Gran Bretagna, questa non è ovviamente uscita sul momento, infatti dalle dimissioni di David Cameron, a cui è subentrata Theresa May, sono iniziate le trattative sia all’interno del Governo, diviso tra ultraconservatori, conservatori moderati e liberali, e Unione Europea. Questi due anni passati tra trattative e bozze di accordi hanno messo spesso sul ciglio della crisi l’economia Inglese e si è arrivati anche al punto che il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha proposto un nuovo referendum per vedere se effettivamente gli inglesi fossero convinti di questa uscita. Ovviamente il governo è stato fermo sulle sue posizioni, dato che l’uscita alla fine è stata votata proprio dagli inglesi, e ha proceduto con la stesura della bozza che vi abbiamo spiegato oggi.

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(Credits immagini: Unsplash)

Federico Molinari
Ha sempre amato studiare, tradurre dall’aramaico antico e guardare prima di dormire un’opera di Kiarostami in lingua originale, ma dopo essere stato rapito all’età di 10 anni da una razza umanoide in cerca del Trasponditore del Continuum ha cambiato completamente personalità: ama qualsiasi forma di sport in cui ci sia una palla pur non essendo un cane, fa qualsiasi cosa possa danneggiare la sua integrità fisica e morale, ascolta musica in qualsiasi situazione.
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