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Testo argomentativo Illusione della conoscenza di Sloman e Fernbach: traccia svolta Maturità 2019
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Testo argomentativo Illusione della conoscenza di Sloman e Fernbach: traccia svolta Maturità 2019

Di Isabelle Giacometti
pubblicato il 19 giugno

Tema argomentativo di Maturità 2019 sull’ Illusione della conoscenza: traccia del Miur e svolgimento tema Sloman e Fernbach.

Testo argomentativo Illusione della conoscenza di Sloman e Fernbach: traccia svolta Maturità 2019

Prima Prova Maturità 2019: tema argomentativo svolto su Illusione e conoscenza

La Prima Prova è in corso: gli studenti sono impegnati con le tracce del Miur della nuova Maturità 2019. Nelle scuole superiori d’Italia c’è anche chi ha deciso di svolgere il tema argomentativo di Sloman e Fernbach sull’Illusione della conoscenza. Non sapete cosa scrivere nella traccia B2? Ecco per voi la traccia svolta sull’Illusione della conoscenza per la Maturità 2019 nella parte di comprensione e analisi e produzione.

Trovate tutti gli svolgimenti delle tracce del Miur qui:

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Tema svolta Illusione e conoscenza: comprensione e analisi della traccia di Prima Prova 2019

Ecco gli svolgimenti della parte di analisi e comprensione per quanto riguarda la traccia B2 di Prima Prova, ovvero il tema argomentativo che parla dell’illusione della conoscenza:

  • Il problema della conoscenza è alla base della riflessione che Steven Sloman e Philip Fernbach pongono come introduzione al loro libro. La considerazione che sottende i ragionamenti esposti è tanto semplice quanto annosa: come è possibile che esistano contraddizioni così forti nell’animo e nella mente umani? Gli autori, a partire dall’incidente dei test nucleari avvenuto nel 1954, ricordano come la storia della nostra razza sia  costellata di imprese mirabolanti e conquiste di grande importanza, ottenute a caro prezzo, ma anche delle più ignobili cadute che hanno macchiato per sempre le pagine degli annali, dovute tanto all’ignoranza quanto all’arroganza. Il tema di fondo del testo è quindi di tipo gnoseologico, per usare un termine caro ai filosofi: ignoranza e sapienza vanno misteriosamente a braccetto, dato che è possibile raccogliere una quantità di dati tali da arrivare alla costruzione di una bomba termonucleare, ma al tempo stesso la maggioranza delle persone (e a volte gli stessi scienziati) non conoscono affatto il funzionamento di ciò che è stato creato. Gli autori si domandano allora come sia possibile aver raggiunto un simile progresso tecnologico e sociale nonostante la mente dei singoli non riesca ad abbracciare tutto lo scibile o a malapena ciò ci circonda.
  • Nel testo viene usata questa espressione, composta da una coppia di termini dai significati contrapposti, proprio per rendere più evidente quanto sia contraddittorio il processo che porta alla conoscenza. Lo stesso uomo, per esempio un tecnico nucleare, è infatti capace di intuizioni brillanti che possono portare a nuove scoperte e avanzamenti tecnologici oppure di un’applicazione allo studio metodica e costante. Nello stesso tempo può risultare del tutto ignorante, anche volontariamente, rispetto alle più semplici idee che esulino dal suo campo di interesse, e persino tragicamente patetico quando la mancata o errata famigliarità con concetti in teoria a lui noti ha come risultato una disgrazia come quella descritta all’inizio del testo.
  • In questa frase è sintetizzato uno dei più pressanti dilemmi etici che affliggono gli uomini di scienza. Di fronte a una scoperta in grado di cambiare per sempre le sorti del genere umano, come per esempio quella della fusione nucleare, è davvero necessario portare alle estreme conseguenze le sue potenziali applicazioni, in special modo se queste possono avere effetti devastanti? Lo stupore dei due autori – che è anche quello dell’uomo comune – è quindi duplice. Da un lato troviamo la meraviglia nei confronti delle capacità dell’uomo, in grado di superare i limiti apparentemente posti dalla natura. Dall’altro si staglia nel medesimo istante la sua incapacità di prendere in considerazione l’esistenza dei suddetti limiti: testare gli effetti distruttivi delle bombe termonucleari senza essere consapevoli fino in fondo delle possibili conseguenze, pur avendo un’idea della loro pericolosità, è infatti un atto di incoscienza e di superbia che i due autori non possono che definire “incredibile”.

Qui la parte di produzione svolta:

Si può dire che sin dagli albori della storia il processo di conoscenza del mondo non sia stato altro che un preambolo al cambiamento della realtà. La tecnologia infatti non è altro che l’applicazione pratica e immediatamente visibile dell’emancipazione della razza umana dallo stato di natura: ricerca scientifica e applicazioni tecnologiche possono infatti essere considerati il fuoco, la ruota, gli strumenti di caccia, così come praticamente tutti gli oggetti che utilizziamo ogni giorno.
Tuttavia nel corso della storia è avvenuto un mutamento che ha progressivamente portato al paradosso dell’età contemporanea di cui parlano gli autori del testo. Con l’aumentare della sua complessità il sapere di ogni genere – ma sopratutto quello scientifico – si è fatto sempre più specialistico e se una volta gran parte delle conoscenze erano condivise, col tempo si è creata una necessaria delega: il meccanico conosce alla perfezione come funziona il motore dell’automobile che deve riparare, ma difficilmente saprà in che modo il gas arriva ai fornelli della cucina che utilizza quotidianamente.
In un certo senso, dunque, si può dire che l’ignoranza sia divenuta generalizzata, in quanto fondata su un rapporto di fiducia implicita. Non è necessario avere nozioni in ogni campo della scienza, perché la ricerca e in particolar modo le applicazioni tecnologiche sono appannaggio di persone che hanno studiato a fondo tali argomenti, a loro volte potenzialmente ignare di altri aspetti della realtà. La nostra società, dalla prospettiva della scienza, può essere descritta come una continua collaborazione tra parti differenti che si protrae nel tempo e che solo in parte è regolata da un elemento centrale come lo Stato: spesso e volentieri la ricerca scientifica procede in autonomia o è finanziata da privati, e in ogni caso le scoperte più importanti sono state frutto tanto di un pervicace applicazione dell’intelligenza umana quanto dell’opera misteriosa del caso.
Fondamento della scienza è il desiderio di conoscenza della realtà e delle leggi che la reggono. Si tratta di una sfida alla Natura, intesa come tutto ciò che esiste a prescindere dall’umanità, che può essere tanto rispettosa quanto superba ma che presuppone in ogni caso un certo grado di aggressività intellettuale: la contemplazione non è sufficiente alla comprensione e per formulare ipotesi e tesi, in base al metodo scientifico tutt’ora vigente, è fondamentale mettere in atto degli esperimenti, anche mentali.
Il problema etico che affligge la scienza nasce però nel momento in cui la sete di sapere, che è un atto puro e senza limiti, porta ad applicazioni pratiche e alla creazione di una nuova tecnologia: ogni gesto in grado di influenzare la realtà ha conseguenze pratiche che hanno sfumature morali. In parole povere gli scienziati non possono non chiedersi come verrà utilizzato ciò che stanno contribuendo a portare alla luce, ma allo stesso tempo senza procedere a test in laboratorio e sul campo è impossibile avere un’idea precisa di quello che si sta scoprendo. Per quanto nasca come pura, in effetti, la ricerca scientifica non è mai innocente, aspirazioni a parte.
Il passo successivo sarebbe quello di invocare l’intervento di organi che regolino e controllino le applicazioni scientifiche su base etica. La scienza medica per esempio si confronta da molto tempo con riflessioni di questo tipo, e negli ultimi decenni abbiamo visto sorgere innumerevoli dibattiti intorno a temi come la clonazione, la modifica al DNA di organismi viventi, la coltura di cellule staminali, le cure ormonali o ancora le varie tecniche di gestazione. Effettivamente esistono istituzioni nazionali o sovranazionali che in base a valori universali regolano questi campi, ma è molto ingenuo credere che non vi siano persone e collettivi con grandi risorse a disposizione disposte a violare tali restrizioni, una volta ravvisatavi una convenienza. E in fondo non è affatto semplice individuare una posizione del tutto giusta in questi confronti, caratterizzati da punti di vista e ideologie spesso inconciliabili.
Il destino dell’umanità, come ben riassunto da Sloman e Fernbach, sembra dunque essere molto contraddittorio, gravato da contrasti insanabili. Da una parte l’aspirazione nobile a migliorare le proprie condizioni, attraverso la conoscenza sempre più approfondita delle leggi che danno forma alla realtà; dall’altra l’assoluta incapacità di fermarsi a riflettere di fronte alla bontà o meno delle possibilità che la scienza offre. È come se l’uomo non vedesse alcuna distinzione tra la potenza e l’atto, quasi come se ritenesse suo compito e missione verificare e dare concretezza a tutto ciò che la sua mente è in grado di pensare, su basi scientifiche. Un atteggiamento prometeico e luciferino allo stesso tempo: non a caso due personaggi che hanno sfidato gli dei, per quanto con motivazioni differenti, e che per questo motivo sono stati puniti. Saprà l’uomo scegliere la strada dell’accortezza, facendo leva sulla propria coscienza e la sua qualità migliore, l’empatia?

(Crediti Immagini: Pixabay)

Isabelle Giacometti
21 anni, mille progetti e il resto della vita per realizzarli. Scrivere è diventata una passione dal primo tema in cui ho preso 'ottimo' alle elementari... da cocca della maestra a giornalista direi che è un bel salto di qualità! Adoro il rosa e l'autunno, non vivo senza caffè e senza penna. Una frase che mi rappresenta? "Omnes optimi insani sunt" ovvero "tutti i migliori sono matti", ovviamente in latino, da brava (ex) classicista. Laurea in progress.
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