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Bullismo a scuola: la storia di Micol per non arrendersi ai bulli
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Bullismo a scuola: la storia di Micol per non arrendersi ai bulli

Di Folco Gervasutti
pubblicato il 08 ottobre

Come combattere il bullismo: Micol ha scritto a ScuolaZoo per raccontare la sua passata esperienza da vittima di bullismo e dare un messaggio positivo ai ragazzi che si trovano in difficoltà oggi. Non mollate mai che il futuro vi sorride!

Bullismo a scuola: la storia di Micol per non arrendersi ai bulli

Come affrontare il bullismo: la testimonianza di Micol

Oggi si parla molto di bullismo e cyberbullismo e, sebbene questa piega sociale purtroppo sia lontana dall’essere sconfitta, c’è una diffusa consapevolezza sul problema. Fino a qualche anno fa, tuttavia, difficilmente si parlava di bullismo e le denunce degli studenti vittime venivano spesso sminuite da prof e genitori come “scherzi tra ragazzi”. Micol, oggi 31enne, dopo avere letto la bella lettera di Diana, ha deciso di raccontare a ScuolaZoo la sua storia di bullismo non tanto per ricordare quanto le è accaduto durante gli anni dell’adolescenza ma per essere vicina ai ragazzi che oggi sono vittime dei bulli: nonostante le ferite forse non si rimargineranno mai, si può andare avanti e arriverà un giorno in cui vi sarete lasciati alle spalle le brutte esperienze e capirete che non c’è niente di sbagliato in voi, ma che il problema vero è degli altri. Insomma, mai arrendersi e fate sentire la vostra voce anche quando cercano di sminuirvi, insultarvi o schiacciarvi. Valete molto, molto di più di quanto vogliono farvi credere i bulli. Leggete la storia di Micol e se volete raccontarvi, scriveteci a sos.studenti@scuolazoo.it: noi siamo qui per ascoltarvi e darvi voce!

Leggi anche lettera di Rossella con la sua testimonianza:

 Insieme contro il bullismo: la storia di Micol

Ho 31 anni e mi piacerebbe poter dire che, per me, il bullismo è un ricordo lontano. Non è così. Possono passare decenni, puoi rialzarti mille volte, cambiare pelle, ma il bullismo è come una cicatrice che ti resta addosso tutta la vita.

Dalla seconda alla terza media. E poi dal primo al quarto anno delle superiori. Quando, esasperata, ho deciso di cambiare scuola. Nel 1998 non si parlava di bullismo, non si sapeva cosa fosse. Nel 1998 ero io che non ero integrata. Ero io che dovevo farmi domande per capire perché succedeva a me. Perché mi prendevano di peso e mi buttavano nel cestino dei rifiuti. Perché mi picchiavano, mi spingevano giù dalle scale, mi lanciavano lo zaino e tutte le mie cose giù dalla finestra. Ma sopratutto perché anche i professori, tante volte, hanno cavalcato l’onda della derisione, mettendosi dalla parte dei bulli. Come quando la prof di arte, durante una lezione, si interruppe, mi guardò e mi disse “vorrei mettere un vetro zigrinato tra me e te per non vedere quanto sei brutta”. E io brutta non lo sono mai stata, almeno non per i canoni convenzionali. Fisico magro e slanciato, lineamenti regolari, occhi e capelli chiari. Eppure… Mi sono fatta mille domande, senza che riuscissi a trovare delle risposte. Mi sono punita. Con il cibo, diventando bulimica. Con le mie mani, provocandomi graffi sulla pelle. Parlarne con i miei genitori non era facile, non venivo capita. Spesso, non venivo creduta. “Ma davvero succede tutto a te?”. Sono stata lasciata sola, durate un periodo così delicato come l’adolescenza, ad affrontare un calvario tremendo. E una volta che il bullismo vero e proprio era finito, ho dovuto fare i conti con le insicurezze che mi aveva lasciato. Con la voglia di approvazione e con la fame d’amore attorno alle quali facevo ruotare tutta la mia vita. Amori sbagliati, amicizie tossiche. Poi ho finalmente chiesto aiuto ad una psicologa e ho imparato la cosa più difficile, penso, per chi ha subito – o subisce – bullismo: perdonarmi. Non c’era nulla di sbagliato in me. Non era colpa mia, e punirmi non serviva davvero a nulla. Ho imparato a volermi bene, a fidarmi di me. A ribellarmi, senza paura delle conseguenze. A rispondere a tono. Ad andare via senza sentirmi perdente quando una situazione non mi fa star bene. A fare ruotare la mia vita intorno a me e agli affetti più veri e chissenfrega  se qualcuno non approva. Ho imparato a difendermi e a proteggermi. Sto imparando a fidarmi degli altri e a ridere di me. A non sentirmi sempre in colpa per tutto quello che accade. A restituire anche agli altri la loro parte di colpa e responsabilità. E se c’è una cosa che vorrei dire a chi ancora questa battaglia la sta combattendo è di non vergognarsi nel chiedere aiuto, di domandarlo alle persone qualificate. Di volersi bene e non permettere a nessuno di convincerli che non valgono nulla. Perché non c’è nulla di più sbagliato. Perché il bullismo non deve vincere sulle vostre vite.

Micol

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(Foto Credits: Pixabay)

Folco Gervasutti
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